Desta allarme l’ulteriore annunciato taglio alle risorse degli enti locali attraverso il decreto sulla spending review

Con i provvedimenti adottati negli ultimi due anni e, in particolare, nella seconda metà del 2011 (legge 148/2011 e legge 214/2011) si sta ridisegnando il sistema degli enti locali sotto la pressione di un’emergenza economica che non dà tregua e alla quale occorre fornire risposte tempestive ed efficaci.

La necessità di procedere rapidamente e con il condizionamento di martellanti campagne demagogiche non aiuta certamente, ma non giustifica l’assunzione di misure confuse e improvvisate che, spesso, alla prova dei fatti risultano ingestibili o addirittura controproducenti.

Così è per l’articolo 16 della legge n. 148/2011 in tema di associazionismo comunale; così è per l’art. 23 del d.l. n. 201/2011 in tema di superamento delle Province.

Siamo ormai ad uno stravolgimento della prospettiva delineata dalla riforma costituzionale del 2001 per effetto di una sorta di controriforma che si sta attuando, passo dopo passo, per via legislativa ordinaria per lo più con carattere d’urgenza.

I prossimi passaggi sono decisivi per evitare il rischio che vengano snaturati ruoli e funzionalità del sistema istituzionale e amministrativo.

Il caso della Liguria rappresenta, da questo punto di vista, un significativo banco di prova per più di un motivo:

  • La Regione Liguria è una delle poche che ha cancellato dal proprio ordinamento le Comunità Montane. Il provvedimento risale alla finanziaria regionale del 2010 e fa seguito alla norma statale di abrogazione del finanziamento delle Comunità Montane.
  • Per effetto dell’art. 23 del decreto legge “salva Italia”, due Province liguri (Genova e La Spezia) sono state commissariate avendo chiuso il ciclo amministrativo nel maggio scorso.
  • Stando alle anticipazioni sul decreto relativo alla spending review le Province di Imperia e Savona non hanno i requisiti necessari per essere confermate (popolazione, territorio e numero dei Comuni).
  • La Provincia di Genova è destinata a confluire nella prevista città metropolitana di Genova.
  • Il Comune di Genova, direttamente coinvolto in questa operazione, ha appena rinnovato i suoi organi.
  • La Liguria è tra le Regioni con la più alta percentuale di Comuni sotto i 5.000 abitanti (in maggioranza montani) e con la più bassa percentuale di Unioni di Comuni.

Il pericolo è che si determini un ingorgo istituzionale da cui sia difficile uscire senza che vengano provocati seri danni all’intero sistema delle autonomie locali e, di riflesso, alle comunità amministrate. Ciò vale, in particolare, per i piccoli Comuni, i quali, oltre ai problemi di natura finanziaria e alle difficoltà applicative dell’articolo 16, devono far fronte ad una situazione di crescente incertezza rispetto al tradizionale e, talora, prezioso ruolo di supporto che finora hanno svolto le Province.

Con un problema in più per i Comuni dell’area genovese in relazione alla prevista istituzione della città metropolitana, prospettiva incongrua per molti aspetti (primo fra tutti la sostanziale inesistenza di conurbazione tra il capoluogo e i Comuni dell’area interessata) e, ad oggi, priva di una minima base di condivisione.

iPosto che molti di questi nodi possono essere sciolti solo in ambito nazionale, dal livello regionale può venire un contributo in termini di chiarezza e di semplificazione, come nel caso delle politiche associative comunali.

Se non v’è dubbio che sulla strada della gestione associata dei servizi va prioritariamente rimosso il macigno dell’articolo 16, è altrettanto vero che le Regioni sono destinate ad assumere un ruolo importante nel processo di riorganizzazione delle funzioni e dei servizi comunali. In tal senso possono recuperare rilevanti spazi di razionalità, di ragionevolezza e di responsabile condivisione con i Comuni, rispetto alle incongruenze della normativa statale.

A questo proposito, l’esperienza ligure offre qualche spunto di riflessione rispetto al provvedimento che la Regione sta per adottare in materia di riordino organizzativo e funzionale del sistema degli Enti locali.

Ciò vale innanzi tutto sul piano del metodo. Tra Anci e Regione Liguria si è andato consolidando negli ultimi anni un rapporto di collaborazione che fino ad ora ha consentito di affrontare la questione degli obblighi associativi senza strappi e forzature.

Ciò ha indubbiamente favorito un tipo di approccio improntato a conferire flessibilità ai processi di gestione associata obbligatoria delle funzioni e dei servizi comunali.

Dalle anticipazioni che ci sono state fornite e che prossimamente saranno oggetto di confronti e approfondimenti, tale flessibilità riguarda sia la definizione degli ambiti territoriali omogenei in cui va svolto l’esercizio associato obbligatorio, sia l’indicazione dei limiti demografici minimi per istituire le forme associative.

Vengono stabiliti perimetri territoriali e soglie demografiche che costituiscono la base normativa di riferimento ed è prevista un’ampia possibilità di adattamento di tali parametri alle specificità territoriali, dando la possibilità ai Comuni di proporre modifiche o di avvalersi di deroghe finalizzate a meglio corrispondere ad obiettivi di efficienza ed efficacia nella gestione dei servizi associati.

Inoltre, riguardo alle forme di esercizio associato di funzioni, in caso di Unioni di Comuni cosiddette “miste” (cioè comprendenti Comuni con più e Comuni con meno di 1.000 abitanti), queste vengono fatte rientrare nella disciplina di cui all’art. 32 del Testo Unico.

L’altro nodo fondamentale riguarda l’articolo 23 del decreto legge “salva Italia”. Su questo, le Regioni attendono che il Governo chiarisca finalmente che cosa vuol fare delle Province. Ma anche questa è materia da non sottovalutare per le ricadute che potranno avere i piccoli Comuni.

In Liguria si sono già avute significative avvisaglie quando nel 2011 si è dato attuazione al provvedimento di abolizione delle Comunità Montane. Al momento di decidere a chi sarebbero state assegnate le funzioni degli enti disciolti, la tendenza è stata quella di scaricare il più possibile sulle spalle dei Comuni le attività gestionali.

Molto si deve all’iniziativa e all’attività di mediazione dell’Anci se, alla fine, le funzioni delle ex Comunità Montane sono state trasferite in parte alle Province e ai Comuni e in parte assunte direttamente in carico dalla Regione, secondo principi di funzionalità e di coerenza con le competenze di ciascun livello istituzionale.

Ciò non toglie che quello che è residuato ai Comuni (vale a dire le funzioni in materia di vincolo idrogeologico) non è stato adeguatamente supportato né dal punto di vista delle professionalità richieste né dal punto di vista finanziario.

Ora il rischio è che il processo di revisione delle Province provochi un ulteriore appesantimento di competenze a carico dei Comuni, senza la certezza di poter contare su risorse e mezzi adeguati, dal momento che dal superamento o accorpamento delle Province devono essere recuperate risorse per la riduzione del deficit nazionale.

Da questo punto di vista non può che destare allarme l’ulteriore annunciato taglio alle risorse degli enti locali attraverso il decreto sulla spending review.

Poiché, nella migliore delle ipotesi, alle Province rimarrebbero solo alcune ben definite e limitate funzioni di area vasta (si parla di trasporti, ambiente e viabilità), tutto il resto dovrebbe ricadere sui Comuni, trattandosi per lo più di attività di carattere gestionale che non possono essere di certo esercitate dalle Regioni. Si pensi, ad esempio, all’edilizia scolastica media superiore, con  tutto quello che comporta in termini di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici.

Se, come ormai sembra ineluttabile, si ridurranno a due – Regioni e Comuni – i livelli di governo territoriale direttamente rappresentativi delle popolazioni, configurando le nuove Province e le Città metropolitane quali enti di secondo livello a carattere associativo, dovrebbero essere attentamente valutate le modalità attraverso le quali a questi enti vengono assegnate le funzioni da svolgere, nel rispetto dell’autonomia decisionale dei Comuni che ne fanno parte.

In ogni caso è illusorio pensare di realizzare grandi economie di spesa semplicemente spostando i problemi e le competenze da un livello istituzionale all’altro, senza cioè considerare che i costi maggiori sono legati ai servizi che vanno comunque garantiti ai cittadini. Si tratti di servizi alla persona o al territorio.

Ne si può pensare – a proposito di spending review – di  tagliare la spesa dei Ministeri attraverso espedienti che fanno ricadere gli effetti sugli Enti locali. Mi riferisco, ad esempio, alla richiesta rivolta a Comuni e Province proprietari di immobili sedi di Caserme dei Carabinieri di riduzione degli affitti, per poter rispettare gli obiettivi di riduzione della spesa assegnati dal Ministero ai diversi Comandi Territoriali dell’Arma.

Se questa è la spending review da cui il governo confida di trarre significativi risultati per il rientro del deficit è lecito dubitare fortemente sull’efficacia di queste misure ed è certo che prima o poi i nodi verranno al pettine.

Intervento di Antonino Oliveri alla XII CONFERENZA NAZIONALE PICCOLI COMUNI – ARONA 6/7 Luglio 2012

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